Fermo Posta ParadisoFermo Posta Paradiso PrefazioneFermo Posta Paradiso BiografiaFermo Posta Paradiso LettereFermo Posta Paradiso Audiopoesie

A Pablo Neruda

Salve a lei, Pablo Neruda.
Certamente grande, come si confà ad un Nobel, di solito.
Il suo più grande libro? È prosa:
“Confièso que he vivìdo” - “Confesso che ho vissuto”.

Due amici l’hanno conosciuta e mi confermano la sua geniale normalità, il suono verde della sua voce recitante, la sua burocratica cortesia, e la politica che sbandiera addosso alla lirica.

Ma io le invidio invece l’Odi, quelle culinarie, perché lei le ha fatte sue.

Avrei voluto io - anzi dovuto - scrivere quelle poesie sul cibo, visto che stavano già scolpite nel tempo, e invece ora sono obbligato a girarvici intorno, come il cane che innervosito gira attorno ad altro cane, rischiando la rissa.

Io attribuisco agli ingredienti dell’Agape Fraterna, il meglio dei nostri interni ricordi.
Quando assaporo io ricordo, quando assaporo son grato anche a Dio del suo regalo quotidiano, del pane.
E perché no, anche focacce - e non sto scherzando, non potrei - pizze e tutti i manicaretti che ci significano amore di madre, di sposa, di figlio o d’artista.
Il luogo, la storia, il colore, il profumo, la cultura delle civiltà. E tutta la sapienza è inclusa in certi, ma sapienti, Italici spaghetti.

E per contro: la fame! La privazione, la morte.
E l’egoismo demoniaco di uno scheletro morto di sete.
Abbiamo macinato grano tra i denti per un milione di anni.
E adesso?

Vi bacio le mani maestro Neruda.

Duccio