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A Jim Clark

Jim 25. Jim Clark.
Così la rivista Auto Italiana ti aveva definito quando vincesti il tuo primo mondiale di Formula Uno.
Su Lotus 25. Colin Chapman l’aveva cucita attorno al tuo corpo sdraiato, così divenne il siluro aerodinamico e splendido con cui sbaragliavi dal primo all’ultimo giro tutti i gladiatori. Di una raffinata eleganza; verde inglese, anche se tu eri scozzese, i cerchioni gialli ma opachi, lo stesso colore della stretta striscia discreta che correva centrale sopra il musetto lungo, ma lucida. Un piccolo volante a tre razze d’acciao armonico lucidato ricoperto di cuoio rosso, i guanti neri leggeri, la tuta Dunlop azzurra come un elegante pigiama attillato e con cucito a mano il tuo nome, Jim Clark, sopra al tuo gruppo sanguigno.
Il casco nero ma a volte forse di un riflesso blu. Nessuno sponsor per nessuno. Solo passione.
Si vedeva bene il viso del pilota nel 1963.
L’occhio attento dentro all’occhialone, i tratti, la fermezza delle labbra, ci confermavano come tu fossi davvero quel talento naturale che diceva il cronometro, che diceva la bandiera a scacchi.
Le foto, senza il teleobbiettivo, te le prendevano i fotografi, pazzi come i commissari e come il pubblico, mentre miravi alla corda della curva piena, la testa reclinata all’indietro e inclinata dentro alla curva, come guidassi uno slittino olimpionico, e passavi a tavoletta ululando a un metro dal fotografo sdraiato.
Lì sul prato nudo, dove terminava l’asfalto, dove a volte capitava l’incidente e si moriva tutti.
Pazzi. Come l’amore.

Duccio