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A Calvino.

Caro Italo,
che bello, dopo tanto, tornare a scriverti. Ci voleva insomma questa pensata, sennò come facevo? Spero proprio (e lo credo) che tu ti possa trovare bene lì dove sei, perché penso che tu te lo sia meritato. Certo, non mi riferisco alla tua vita senza peccato, della quale non ne so in fondo nulla. Ma vorrei che quando un uomo (un uomo vero, come la Fallaci per intenderci), porta a termine un lavoro degno e in maniera degna, si meritasse qualcosa di buono. Pur se da scontare dai suoi tanti debiti per le male cose che ha fatto (e soprattutto quelle - buone - che non ha fatto).
Stavo pensando alla poesia. La Poesia. La poesia come tale. Che tu mi dicevi non avesse molto spazio in te (ma il tuo senso poetico tracimava, penso al Barone). Traspariva dalle tue frasi un risentimento per questa arte letteraria... minore eppur maggiore, che spesso il romanziere mal digerisce, almeno nel proprio intimo. Concetto molto interessante e molto umano.
Sai che quella tua lettera io l’ho buttata via? Scusami. Ma tu sai bene il perché, e adesso che ti sono più vicino, lo posso anche scrivere qui. Infatti... dopo la tua generica e larvata (per diplomazia necessaria) avversione per “la poesia”, avevi poi ovviamente messo nel discorso anche la mia, per cassarle tutte insieme. Vedi dunque, che come “nota introduttiva di Italo Calvino” in un risvolto di copertina... non mi sarebbe servita a molto!
Fu così che la stracciai. Figurati che oggi varrebbe di per sé anche dei buoni soldi. E visto che ora confesso gratis, avrei fatto bene a tenerla, seppur nascosta, ed ora potrei venderla (o magari decidere di tenerla!) Per fortuna, quando leggesti un mio racconto, quello ti piacque.
Evviva! Grazie ancora, mi ha confortato e certo spronato per tutta la vita, anche se - confesso - ho ancora praticato molta altra... poesia. Qui ho qualcosa che forse sta proprio nel mezzo di questo garbuglio. Tu non potevi usare questi nuovi aridi strumenti: adesso tutta la comunicazione è stravolta con il PC (non il Partito...), con le email, e peggio ancora, con Internet (informati, informati...). Vedi, la poesia oggi muore se non la inventi di nuovo, se non la contrabbandi. Non si pubblica, non si legge... ci sono in Italia più “poeti” che lettori! E allora forza con le email! Io le sparo e mi arriva perfino un avviso di avvenuto ricevimento, che ne dici!? E intanto lo scritto va, intanto vive.
Così, qui di seguito ti invio un concetto vestito da email, da epitaffio, da biglietto da visita. Ma non chiamiamolo poesia.

I VECCHI PIANGONO
PERCHE’
COME I BAMBINI
SANNO

Un abbraccio.
Duccio