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A Caio Giulio Cesare

Ave Caesar.
Se, come me adesso, fossi tu a passeggiare per le strade di Roma in questa ora vuota, io sarei te. 
Cenato presto dagli amici dell’Urbe, in un quartiere più fuori, io osservo. 
Vedo la luce della giornata andata, anche questa, dopo duemila  anni. Eppure siamo qui tu ed io.
Tutti ti stimano e non sanno cosa pensassi tu, tranne le cose trite dei morituri te salutant, e della Gallia divisa in partes tres, o ancora la tu quoque Bruti fili mi (bella e certamente la tua frase più bella).
Una delle altre cose notevoli, che facesti, fu il conquistare a legnate gli europei.
Per poi imporre la tua indiscussa civiltà romana.
Alla UE, insomma.
Che splendido monumento fu, al non-politically correct. Allora era lecito.
E guarda ora invece quel droghiere, che chiude le serrande o Cesare, e mi ricorda Pompei, il suo pizzicagnolo e i suoi forni e mosaici, rossi e scuriti.
Vedi, non ti riconosce, non ti conosce. Non puoi dargli alcun pollice verso.
Egli non sa chi tu sei, né forse chi eri.
Dove ti è caduta o Cesare, la tua grandezza? Ti è rovinata tra le caviglie, spruzzando di rosso i calzari, gli schiavi vicini e impauriti e attonite, attorno, le Legioni trionfali. 
Cesare, come tanto il tempo ha massacrato, più delle pugnalate, perfino te.

E me ne dolgo o Cesare, augurandoti pace.
Moriturus te salutat.

Duccio