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Alla signora Fedora


Le sue stanze al Poveromo del 1955 erano assolutamente magiche, cara Fedora.
Anche se, riviste dalla mente viziata degli anni duemila, erano dei buchi squallidi; ancora una volta la teoria della relatività, imperversava.

A quel tempo una sua stanza nella pineta dietro la spiaggia significava premio vacanza liberta' e poi, mare. Tanto fondamentale per la mia apostezza di uomo e di bambino.

Chiudevamo bene la camera e spegnendo la lampada da 60 che scendeva corta dal soffitto, si spruzzava il flit dalla pompa a mano (quel DDT poi famigerato e allora amico). Se ne spruzzava tanto, essendo incluso nella stanza, e con calma si usciva un attimo e si rientrava per mettersi a letto in quel profumo postguerra gradevole e coccolante, giacchè pochi erano i profumi allora, come tutto il resto che era poco allora, e quasi mai c'era il superfluo.
Aprendo la finestra e socchiusa la persiana, si dormiva felici.
Mi ranicchiavo allora ad ascoltare
lontano da un anno di attesa
il mare.

Il giorno, sulla spiaggia si scandiva la rinnovata vecchia abitudine alle focacce pizze bomboloni (e duri di menta).
C'era già allora quel sapore di sale poi della canzone. Ma la sabbia entrava dappertutto e scricchiolava tra i denti,
che però solidi tiravano innanzi imperterriti.
Allora si facevano poche storie, si ripuliva e si mangiava, per non scottarsi si stava sotto l'ombrellone (chi ce l'aveva).

Gli scarabei ci facevano giocare. Se li sotterravi nella sabbia riemergevano sempre.

Qualcuno aveva un aquilone che sbatacchiava come un uccello sparato.

Alla sera una sana stanchezza e con la pelle paonazza, la branda ci confortava e ci portava via.

La fine di quel mese sembrava lontanissima. Saremmo allora tutti tornati comodi a Milano, sulla Fiat Topolino.
In fondo ci sarebbero volute solo nove ore.