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Al mio pro prozìo Vittorio Castagna


L'altra volta fu cinquant'anni fa.

Allora
io ne avevo quindici
e ne feci subito
un dramma.
Mal scritto lo gettai
rapidamente e giustamente via,
pudico.

Oggi qui
ed ancora sul monte
io vi sento,
che ridete leggeri
nel vostro salotto
ma lo fate ventriloqui
d'improvviso Cucù
che mi attizza dal bosco
mentre ancora,
sorpreso nel vuoto,
io mi accingo a parlare.

No nessun dramma no.
Oppure sì, che sia pure dramma,
se del rumore si deve fare.

Caro
il mio Zio Vittorio,
che qui tu comprasti tutto: presto qui non resterà niente.
E più che il niente, di un podere frazionato frantumato o snaturato,
è il niente fondo, di non essere rimasto alcuno.

Giro
e non odo nulla
non vedo anima per le case
per le ville e le cascine che albergavano
quella tua
austera barbuta presenza
come uscita
dal un castello di Kafka.

E se giravi
appena alzato
in vestaglia tra le case
non era per farti vedere,
ma per vedere.

Avi
della tua piccola corte
da tempo sparita
ora forse racchiusi in attesa
nell'atavica e soltanto nostra
"prima osteria sulla destra".

Noi del presente,
non siamo
pur essendoci ancora.

Ed i futuri
già da tempo son nati
ed andati nel mondo
di mogli e con mogli
e con nuove famiglie.

Qui resto sol io
col Cucù ed il Gufo
suo complice e stiamo
per battere un legno
assieme a quel Picchio
e al suo ritmo lontano.