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Al bambino di Via Ruffini

Nuto aveva un nome strano. Nuto parlava poco e sorrideva. Non si era mai
sposato e nei suoi tardi anni collezionava sassi, che la sorella - che viveva
in casa di lui da quando vedova - gettava via di nascosto appena lui si
allontanava.
Ma lui scordava e sorrideva. "Ieri e'arrivato a casa con quello" - disse sua
sorella Lina mostrandomi una pietra anonima e pesante in un angolo del
tinello - "ne porta ogni giorno: sta fuori delle ore nei boschi e porta
sassi.. sono anche ingombranti..".

Da quando mi sono ritirato dal lavoro la vita è molto diversa da come l'avrei
pensata. Non che l'avessi molto pensata tranne che per lagnarmi della
difficoltà pratica di riuscirci ad andare, in pensione. Poi invece
improvvisamente mi trovai inesorabilmente fuori dal circuito del lavoro: le
cose capitano sempre improvvise. L'aria condizionata non va più? E pensare che
andava così bene un attimo prima. Tizio muore? E pensare che l'avevo visto
ieri e stava benissimo.
Quando trent'anni fa mio padre si ritirò dall'ufficio di famiglia, ricordo
che poi non volle più mettere piede nella officina e mi disse di dargli semmai
un piccolo "gettone" ogni volta che si facesse qualche buon affare, tanto per
il gusto di partecipare. Me ne ricordo la frase, il suono della voce, dove e
come stava seduto nel parlarmi. Lavorava alla scrivania e si infilava sopra a
tutto il suo camice bianco. Quello da chimico, col bavero da giacca,
immacolato come una reclame di detersivo, immacolato anche perchè non ci
lavorava più "dentro" al camice, visto che da quarant'anni non faceva più
laboratorio. Lo indossava dunque come un'uniforme, come una giacca
allungata che mostrasse i suoi gradi quasi militari. Il camice era parte del
suo personaggio a due lauree (che se avesse potuto ne avrebbe indossati due di
camici uno sopra l'altro). Lauree quadrate, ingegnere e poi chimico. Ogni cosa
a suo posto dunque, sempre e in tutto. Anche Dio: l'aveva filosoficamente
incorniciato nella Sua opportuna casella, per Lui riverentemente strutturata.
Ma mio padre era un brav'uomo.

Ho sempre avuto un debole per i sassi e per i minerali. Per queste antiche
sculture già pronte, che dove stanno si può guardarne all'infinito, tra cui
cercare e trovare cose bellissime e libere (perché decidiamo noi se sono
bellissime). Questo i bambini l'han sempre saputo, e anch'io adesso lo
riscopro sulla spiaggia, sulle ghiaie. Ora lo faccio per me, anzi lo rifaccio,
perchè già lo facevo da piccolo. Ma lo faccio con la faccia di chi lo sta
facendo.. per la sua nipotina. Così ora vago rapito per delle mezz'ore,
inebriato dal lusso di potere usare dei giorni feriali, stupendi ed estivi.
Ho comunione col sasso, passeggio anch'io saggio, ancestrale, vado e non
penso. Guardo e non cerco. Mi chino, controllo, scarto, ributto, decido.
Carpire per il cestello un bottino con gesto antico di cacciatore, di
agricoltore, di primordiale artista troglodita. Guardo sdraiato nel sole la
ghiaia vicina e cerco dell'altro, dell'oltre, e lo trovo. La pietra nasconde
altra pietra, il colore rivela distanze, nella forma racchiudo una faccia,
una bestia, una macchia di un mio mappamondo. E più addentro si smuovono
quelle pietruzze raccolte, forse rimosse d'altrove, uniformi e cortesi. Cerco
le pietre bianche, quelle smaglianti; alcune hanno dentro brillanze, altre il
bianco di bianco e risplendono del sole marino, materno.

Detestavo la scuola.
Amavo la sabbia.

Ora ritrovo la libertà perduta ai sei anni. La vita passata a rendere conto
agli altri dei fatti miei, dei misfatti o dei ben fatti miei.
Quella vita è finita.
Sono libero.
Quasi come il bambino che ho lasciato sospeso
un giorno in Via Ruffini
entrando nella mia prima elementare.

Il vecchio ritorna bambino. Non è banalità.
E' assoluta
bellissima
necessità.

Perchè il vecchio è' un bambino.

Brutto
e saggio.