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Ad Arturo Cavalli, mastro pittore.

"Tibi dabo claves"
Caro buon Cavalli, che spesso ti prendevamo in giro per la tua semplicità.
Era piccola cattiveria, ma cattiveria, e non la meritavi.
Eri solo un pittore minore, offuscato in famiglia, per tua somma sfortuna, dalla esistenza del mio altro zio "Il Maestro", ma quello vero.
E tu orfano, Martinitt, pompiere, poi finalmente al il tuo mestiere di buon pittore, un naif anzitempo, tutto genuino.
Rallegrano ora ancora i tuoi colori le nostre stanze e ci ripropongono e porgono le tue gentilezze di quando ci offrivi abbondanti i tuoi frutti dell'orto e ripetevi "sono dolci!", alle cipolle e rape e le addentavi per invogliarci a mangiarle.
"Tibi dabo claves ". Ti ricordi? Scritto sulla tua grande tela "Altare a Panarea"? Spero fosse sconsacrata quella chiesa, certo allora abbandonata, che altrimenti la sconsacrasti tu con l'avventura galeotta di cui si accennava brevemente e con pudore, allora, in famiglia.
Ricordavo qualcosa di quel tuo periodo selvaggio quando restasti per mesi sul motivo (!) nell'isola, "paleolitica" del 1964, poi richiamato con urgenza, e per sempre, dalla tua compagna, mia zia Rosa, anche lei artista.

A Panarea pur'io ho cercata, poi l' ho trovata, la tua chiesetta: c'era in corso uno sposalizio.
Ho ritrovato gli stessi angeli da te dipinti, li ho fotografati e messi ora di fianco al tuo quadro, perché la saga continui.
Di te nessuno, neppure un vecchio del posto, sa nulla, o forse mente. Eri stato - si vede - molto discreto.. e facesti bene, in Sicilia. Oppure era scandinava? A me puoi dirlo, ora.
Chissà, ancora chissà .
Tibi dabo claves, dicono quegli angeli bianchi.
Forse a te sì.
Duccio