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Ad Angela.

 

Non potrei io chiamarti nonna, perchè tu non sapesti volerlo essere.
E non voglio ora, ne' mai, giudicarti. Ognuno guardi la trave nel
suo occhio e ciò gli sia d'avanzo.
Mia madre adulta e già segnata dal tempo e dalla vita sai, un
giorno sarebe molto assomigliata alla sua madre, a te, quella delle
tue ultime fotografie. E anche le sorelle grandi e poi ammalate
glielo dissero, la volta che lei andò a trovarle (senza che la
riconoscessero). Il silenzio in te e su te, riflette il tuo
destino, il tuo grigio mistero.

Non voleva mia mamma, parlare di te.
Diceva di non ricordarsi niente, perchè allora aveva cinque anni.

Ti sposò via da Vienna, Luigi mio nonno, poi a Como a fare sei
figli in quindici anni, agiata, ma con il lago umido di fronte.
Che non amavate, ne prima, ne dopo.
A Natale "una manina" - la tua - appariva nel buio, dietro
l'albero. Questo è quanto ricordava mia madre di te. Oltre al tuo
viso, bianco e incorniciato di bianco, come suora, fermo, quel
giorno di lago sul tardi, adagiata sul tuo letto e senza più
parola.

Io so, Angela, quanto tu hai lottato prima. Per poi, lo stesso,
perdere.
E mi intristisci.