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A Martin Müller de La Porteña.

Sembri un marchese spagnolo, scritto così, Martin.
Ma non c'è niente di meno vero. Tu eri un combattente argentino, una specie di Che Guevara senza la barba, prontissimo con la battuta, sarcastica, comica, rabbiosa. Un porteño marcato, un vero argentino. L'unico argentino di origine non italiana (voglio esagerare, appunto, come un argentino).
Io ti scrivo in Paradiso perché al tuo indirizzo non ci abiti più.

Tu, di Alfredo Espinoza, ti facevi un baffo. Ti dicevo del film che gli stavano facendo e per cui di malavoglia avevi anche tu dato qualche testimonianza. La cosa chiara me la dicesti quando mi accompagnasti all'aeroporto dopo le giornate di jazz che passai tuo ospite a Buenos Aires:
"Se Alfredo viene a Buenos Aires, avvisatemi: io parto".

Mi raccontasti un paio delle chicche su di lui da voi vissute nella vostra grande, direi mitica, Porteña Jazz Band negli anni del 1970. Avevano a vedere con una sfida davidesca in cui vi aveva coinvolti contro un carro armato durante un golpe argentino..
O ancora, su una entrata in scena nel cuore della notte di un marinaio ubriaco in stanza di un orchestrale. Ma nulla di più qui intendo dire, sullo spasso di questi tuoi racconti picari.

Poi tu, sempre estremizzato, non mi parlasti più. Risentito non so di che, come capita anche con i siciliani a volte. Esplosivi, da maneggiare con cura. Ti eri sentito derubato (non certo da me credimi Martin !) della tua mitica band, ricostruita da dei superstiti emigrati in Spagna.. che avevano usurpato di fatto il nome vostro con una copia di orchestra sbiadita, dal tempo e dalla vita. Senza "el brillo" di Espinoza, senza
-lasciamelo dire- la grandezza del tuo collega trombettista Gandini (datosi da tempo alla selva nella Terra del fuoco.. in eremitaggio ed ivi scomparso).

Poi, qualche anno dopo,
un giorno tu moristi.