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A Lorenzo Bandini

Carissimo Lorenzo.
Tu sai bene chi sono, anche se non ci siamo mai parlati.
Tusai bene, ora, che tu eri il mio idolo, il mio riferimento di come essere pilota da corsa. 
Ci eravamo incrociati a Monza, entrambi in tuta Dunlop. Tu pilota ufficiale della Ferrari e io pilota solitario che girava uno spot nella troupe di una cantante di grido (quella che non aveva l’età...) Figurati che lei mi aveva chiesto tu chi fosti. Già. Io non so com’è, ma sono sempre stato con le minoranze: la Formula Uno e l’automobilismo in generale nell’epoca in cui era cosa di pochi; il Jazz, quando l’Era del Jazz era passata da trent’anni; la poesia, che nessuno ha mai pagato una lira e ancor meno al mio tempo.
Ma va bene così, Lorenzo. Tu eri un vero pilota, ancora uno degli ultimi tempi dell’oro!
Tu la macchina la dovevi pilotare, non come le signorine del dopo-Schumacher, con auto automatiche, antislittamento, abiessate, con la partenza programmata, l’overboost, la radio, il computer, il rossetto e il deodorante per i piedi!
Lorenzo! Uomo e gladiatore, come Jim Clark e come Nuvolari. Diventato famoso più per la tua barbara fine mediatica, che non per le tue grandi vittorie nei Prototipi, come contro l’America di Henry Ford nel 1966 a Daytona.
Non ho mai scordato che ti sei incendiato il 7 maggio.
Del 1967.
E che sei morto il 10.
Poi sono passato a vederti in Corso Vittorio Emanuele, il casco bianco e rosso appoggiato sul mogano e i quattro meccanici Ferrari in picchetto. Forse Cuoghi, forse Borsari. E a Corso Venezia l’Aci listato a lutto. Altri tempi Lorenzo, quei tuoi tempi!
E quanto piansi da solo, il dieci maggio, nascosto in un parcheggio.

Io ti saluto, Lorenzo.
Duccio