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A Federico Garcia Lorca.

Federico!
Quanto volavi in alto tu, mio Federico.
Come potevo io allora e dopo leggerti, senza versare almeno una piccola lacrima?
Federico, Garcia, Lorca.
Ti menzionavo e trovavo imbecilli pronti a sparlare di te, che comunista, che maricòn.
Ma io duro e con te.
Che poi non eri comunista ma giustamente fuori da ogni partito che non fosse fatto di pezzi di arte. Maricòn, lo eri, ma per me chissenefrega.
Certamente, poi, sei morto ammazzato, ma sai, capitò anche a Cesare, a Kennedy, ad Abele.

Federico. Mio Federico...

Per me di gran lunga il più grande... ma proprio di brutto, come si dice qui tra amici e ancora tra amici aggiungerei: come Louis Armstrong! Perché dopo uno così - e anche prima - non ce n’è più per nessuno.
Il tuo Torero, Federico, è tutto tuo e sei tu.
Mi fa ancora soffrire sin d’allora, quando bambino lo rileggevo incredulo e l’ascoltavo dicendomelo forte, da solo, inebriato e ben nascosto nella casa, con le chiavi intraversate.
Ho lottato pesante con tutto, per conciliare tauromachia ed amori, ma senza uscita... Voglio che mostrino anche a me l’uscita... gli uomini dalla voce dura...
Ma non resisto a Ignazio e a te, voi insieme siete troppo impossibili per un semplice toro. E su questo punto io dovrò rendere conto alla Eternità.
Ma ne varrà la pena.
La confusione, dice Avati tra le righe, è uno stato meraviglioso.

Tuo
Duccio