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A Chet Baker


Temo un tremendo Purgatorio Chet, ma poi chissà.

Ti ho visto - e poi rivisto - negli spezzoni sciolti in bianco e nero e
velluto, della rara  pellicola "Let's all get lost". Che è bella.
Si, così io ti ho visto.
Poi, quindi, ho dovuto di nuovo ripensare a dove collocarlo - io - un drogato,
un drogato "qualunque".

E non te. No, ma non te.

Perchè tu non sei qualunque e allora si, anche per me tu, se proprio devi,
puoi.  Tu, perchè ci hai dato tanto. E così tanto io ti ho scoperto, di
stagione in stagione, nella mia vita che, pure, muta.

Quanto swing, quanta armonia Chet Baker. Quanto mistero nel fascino malato del
tuo viso scultoreo, così pieno di vivissima morte.

Pianissimo. Ecco. Come un piano pianissimo, come una ovatta, come una voce
femminea di quel Sax alto che tu canti, come la tromba che tu parli,
chiarissima, asciutta, rassegnata, da cui - a fiotti - le ragioni ti escono, e
gli enigmi.
E quei sospiri delle tue  note singole, quelle  tenute, quelle che non ti
finiscono, che ti continuano perchè hanno due diversi, o tre,  o settecento,
sensi da dover spiegare.
Forse.  

Ferme.  Scolpite.  Necessarie. Sulle battute che ti trascorrono metronome come
la vita, sempre la stessa, sempre diversa.

Chet,
io
finalmente
abbracciarti.